Per chi non sapesse l'inglese o non fosse esperto di comunicazione politica, l'endorsement è l'azione di dichiarare pubblicamente l'appoggio di un singolo o di un gruppo a un candidato per un'elezione politica. Nei paesi anglosassoni è diventata prassi consolidata che i più autorevoli mezzi di comunicazione (ma anche star dello spettacolo e figure eminenti della cultura) indichino chiaramente alla loro audience quale parte politica sostengono.
Io, ovviamente, non sono un organo di informazione, nè pretendo di esserlo. Più che un autore di blog mi sento innanzitutto un cittadino elettore; poiché non mi è mai piaciuto nascondere ai miei interlocutori le mie preferenze politiche, in vista della ormai imminente tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento ho deciso di esplicitare il mio voto e la ragioni di questa scelta.
Per la prima volta da quando ho il diritto di voto ho sentito il bisogno di fermarmi a riflettere prima di prendere una decisione. Il mio voto l'ho sempre dato con convinzione, senza dubbi, perché mi era chiara l'offerta politica e mi sentivo rappresentato da uno dei partiti in campo. Quest'anno il quadro si è fatto più complesso, sono sorti in me i primi dubbi, i malumori, ho sentito quasi l'imbarazzo della scelta.
Per istinto avrei votato PD. Perché è un partito che pianta le sue radici in un passato che ho condiviso, perché è una formazione che mira a essere riformista e moderna, perché ha un leader che mi piace e migliore di tanti altri (è pur vero che non ci vuole poi molto, visti i tempi). Ma è anche - per adottare il linguaggio veltroniano - un insieme di contraddizioni, un guscio semivuoto con una classe dirigente spesso impresentabile o inadeguata a cui non mi sento, e lo dico con un certo rammarico, di dare il mio voto. Dove orientarsi allora? Ritengo l'astensione una scappatoia inutile: non è vero che sono tutti uguali, in democrazia gli assenti hanno sempre torto, e mi terrorizza l'idea che altri possano scegliere al mio posto. Andando quindi ad analizzare i programmi e le proposte delle altre formazioni della fu Unione (il giorno che voterò qualcosa con a capo Berlusconi sarà lo stesso giorno in cui avrò perso ogni controllo delle mie facoltà mentali) sono arrivato alla conclusione di mettere la croce sul simbolo dell'Italia dei Valori, il partito di Antonio Di Pietro. Spiego subito i motivi: è l'unico partito che non presenta nelle sue liste candidati indagati e/o con precdenti penali (c'è la certificazione di Marco Travaglio); si batte da sempre per la legalità a fianco della magistratura coraggiosa; è lontano da ogni tentazione di compromessi al ribasso con Berlusconi (vedi conflitto di interessi, riforma televisiva, leggi vergogna e via inciuciando); raccoglie tra le sue file personalità antimafia di tutto rispetto. So che altrettante e numerose potrebbero essere le obiezioni e i motivi per non appoggiare l'IdV, che voto, e lo voglio precisare, non perché sia il mio partito ideale: semplicemente è quello che in questo frangente sento più vicino, o se preferite, meno distante. In attesa che anche in Italia nasca uno Zapatero o un Jospin, questa volta voto Antonio.
